Gente con la verità in tesca, con la vittoria in tasca, ti invidio molto. Sarebbe stupido negarlo, non mi fa onore ma ti invidio: io in tasca ho solo gli spiccioli del resto del panettiere e del gelataio, gli scontrini del panettiere e del gelataio e, costantemente, le mani. Chi ha le tasche piene di verità e di vittoria non ha posto per metterci le mani; le mani le usa per spiegare la propria verità gesticolando con eloquenza, per indicare il percorso della propria vittoria e, nondimeno, per fare cose utili. Nelle mie tasche invece c’è un sacco di spazio, troppo per non essere sopraffatta dalla tentazione di riempirlo con le mie mani dalle dita lunghe e spigolose. Almeno non le uso per fare cose di cui potrei pentirmi, certo, ma pentirsi di tanto in tanto potrebbe rappresentare un ottimo modo per far passare il pomeriggio. È forse colpa mia se ho le tasche semivuote, però? Se non dispongo di alcuna verità, di alcuna vittoria? Senza contare che ho sempre le mani fredde, non c’è scampo. Quando non reggo un pezzo di focaccia o un gelato entrambe le mani finiscono lì, è inevitabile, sono calamitate. Mi prenderei a schiaffoni, ma vedi sopra. Poco male, ci penserà la vita.
April 30th, 2013
Una volta ho rubato un tubetto di colla stick, di quelli rossi. Non ricordo quanti anni avessi, ero forse in prima elementare. Non l’ho rubato ad un mio compagno di classe, l’ho rubato proprio in cartoleria. Ho un ricordo molto vago della dinamica del furto, ma ricordo benissimo come la tensione fosse sfociata nel senso di colpa una volta messo piede fuori dal negozio. Ricordo il peso. Non ho dovuto stare attenta a non farmi vedere soltanto dalla cartolaia, ma anche da mia madre: un doppio inganno. Un triplo inganno, dal momento che ho dovuto mentire a mia madre riguardo a come avessi ottenuto quel tubetto. Nella mia astuzia, ho finto di averlo trovato per terra qualche decina di metri più in là. Geniale, vero? Dalla tensione al senso di colpa, al peso, passando per la messa in atto della brillante copertura, per poi approdare al sollievo di averla fatta franca, il tutto in dieci minuti scarsi. Non so nemmeno cosa me ne dovessi fare, della colla stick, dal momento che non avevo alcunché da incollare. Quel tubetto era così rosso, però, che rappresentava un desiderio impossibile da ignorare, e proprio dal rendermi conto di non averne di fatto bisogno era nata la necessità di rubarlo anziché chiedere mi venisse comprato. Un applauso ai designer della Pritt: avete fatto centro, mi avete spinto a compiere un atto legalmente perseguibile ancora prima che mi cadessero i denti da latte, dovete essere fieri di voi. Se l’adrenalina mi avesse segnato più del senso di colpa ora potrei essere una versione meno avvenente di Eva Kant ed avere un eroinomane per Diabolik, e sarebbe tutta colpa vostra.
C’è però un aspetto della faccenda che mi tormenta ancora oggi: mia madre ci avrà creduto veramente, alla mia versione dei fatti di ferro? O avrà finto di crederci? Glielo chiederei, ma la probabile eventualità che possa non ricordarsi affatto dell’accaduto mi blocca. Scoprire che il mio reato soffertissimo sia passato inosservato a tal punto potrebbe, chi lo sa, spingermi a compierne uno nuovo, più eclatante. C’è gente che ha ucciso per molto meno. Sarà quindi meglio che mi tenga il dubbio, credo che la mia fedina penale ci tenga, all’igiene. Senza contare che per certe cose non ho più l’età.
March 31st, 2013
Tutti scrivono frasi sconnesse e non vedo perché non dovrei farlo anch’io. Una di seguito all’altra, roba da farti venire il mal di testa a forza di chiederti perché. Posso permettermelo, non ho molto seguito, e mettetelo dove vi pare, l’accento, tanto c’è del vero in ogni caso. Accentuo lati della mia personalità più di altri, come tutti, poi certo, dipende da chi ho davanti, e da cosa. La personalità è un impiccio, spesso non sai bene dove metterla, come l’ombrello, e a volte la porti in giro e neanche ti serve, hai soltanto rischiato di dimenticarti di averla più e più volte, e ogni tanto l’hai usata e poi l’hai lasciata sotto al tavolino di un bar. Le similitudini non sono il mio forte, è vero, ma cosa lo è? La calma però la ho. Non mi sembra tanto una virtù, quanto più una questione di principio. Principio d’inerzia. Fortissima questa, vero? Fortuna vuole che ci pensino gli audaci a fare le cose, io audace proprio non lo sono quasi mai, e le poche volte che lo sono è tutta una finta. Però non mi sono mai tinta i capelli in ventitré anni di vita, ah! Di vita! Questa poi, questa sì che è fortissima. Se fossi andata a capo un po’ di più forse sarebbe andata meglio.
February 24th, 2013
L’egocentrismo e le pretese emergono anche dalle formule convenzionali più banali. Si commette un errore, ci si rende conto di averlo commesso e spesso si dice «Scusami» o «Perdonami», come fosse una supplica o, peggio, un ordine. «Ho sbagliato, scusami», come fosse dovuto, come fosse una conseguenza logica. Io ho sbagliato, tu scusami? Io ho sbagliato, io mi scuso con te. Che tu voglia poi passarci sopra è una cosa sulla quale non spetta a me influire, e che io speri che tu lo faccia è implicito. Scusarsi dovrebbe prescindere dall’ottenimento del perdono. Siamo lì a suggerire la soluzione che andrebbe a nostro vantaggio, siamo lì ad insinuare che abbiamo sbagliato ma sì, dai, comunque meritiamo che venga chiuso un occhio, è ovvio. Limitarci a prenderci le nostre responsabilità ammettendo le nostre colpe non ci risulta sufficiente. Errare è umano, d’altronde, e quando ad errare siamo noi è particolarmente umano.
January 26th, 2013
Voi odiate la domenica, ed io non vi capisco. Non capisco come possiate odiarla, e, non capendolo, vi odio. Deduco quindi che forse odiate la domenica perché non la capite, e mi sento in dovere di provare a spiegarvela; non è tanto un dovere nei vostri riguardi, quanto più nei riguardi della domenica, da sempre bistrattata immeritatamente.
Io voglio molto bene alla domenica, perché di domenica posso volermi bene più che in qualsiasi altro giorno della settimana senza distrazioni o rotture di cazzo di sorta. È un giorno plasmabile secondo le più disparate esigenze: avete voglia di scalare un monte? Potete farlo. Avete voglia di non schiodare il culo dal divano? Potete farlo. Avete voglia di lamentarvi sui social network per il fatto che è domenica e siete divorati dalla noia? Non capite granché della vita e probabilmente vi annoiate perché non siete altro che persone noiose, ma potete farlo. Potete fare qualsiasi cosa, di domenica, sempre che non siate una di quelle persone a cui la domenica tocca lavorare, e allora sì che avete tutte le ragioni per lamentarvi. Non dico che dobbiate avere voglia di fare chissà quali cose, per apprezzare la domenica, basta veramente poco. Vi lagnate di non avere mai il tempo di guardare quel film, di finire di leggere quel libro, di sentire il nuovo disco di quella band sopravvalutata, di rimettervi in pari con quella serie tv: ebbene, cosa credete che sia stata inventata a fare, la domenica? E il settimo giorno, Dio finì di vedere la settima stagione di Settimo Cielo. Avete un’intera giornata per dedicarvi a voi stessi e alle vostre fissazioni di merda, come potete non esserne felici? Non vi rendete conto del potenziale incredibile? Potenziale che per lo più andrà, come sempre, sprecato, ma che può essere sfruttato nella misura che più vi aggrada. Anche nel caso in cui lo sprechiate tutto non dovrete nemmeno sentirvi in colpa, perché si tratta della domenica, si tratta di un giorno lontano da obblighi e costrizioni.
«La pensi così perché sei una pigrona del cazzo, logico che ci sballi con la domenica e le pantofole e il gelato direttamente dalla vaschetta», starete dicendo nella vostra testa, ed in effetti non si può negare che io sia una pigrona del cazzo, ma se anche non lo fossi la mia posizione non sarebbe differente. Questo perché, a differenza di voi, io ho una corretta visione d’insieme. Peraltro vi ricordo come io sia una procrastinatrice della prima ora e cinque minuti, una perditempo patentata con tutti i punti al loro posto, figuratevi un po’ cosa potrebbe diventare la domenica se apprezzata da una persona come si deve, che sa far fruttare il proprio tempo e le proprie energie: una mensola gravata dal peso di svariati premi Nobel, tipo.
January 20th, 2013
Non essere crudeli richiede un sacco di energie, molte più di quelle che richiederebbe un’ora di corsa, credo. Non solo: a differenza di un’ora di corsa, in cui le energie se ne vanno pian piano, quando vuoi non essere crudele e ti si presenta l’occasione di esserlo devi impiegarle tutte insieme, tutte in un secondo o due; è uno sforzo concentratissimo, un colpo di reni morale.
L’altra sera, ad esempio, aspettavo il treno che mi avrebbe riportato a casa. Il treno è arrivato, ed era uno di quei treni piuttosto nuovi, quelli con le prese di corrente anche nella seconda classe, per intenderci; ne circolano pochi, ancora. E niente, il treno si è fermato, io stavo per salire, stavo per alzare il piede da terra e portarlo sul gradino di accesso al treno, quando un signore in giacca e cravatta, la valigetta in mano, il prototipo dell’impiegato, mi ha praticamente tagliato la strada per salire prima di me. Va bene, quello del “prima le signore” è un concetto antiquato, ma dal non darmi alcuna precedenza basata sul mio sesso al quasi sbalzarmi indietro perché vuoi posare il culo, che ho ragione di credere tu abbia tenuto incollato alla sedia per tutta la giornata, quei due secondi prima ce ne passa, ecco. Avrei potuto commentare piccata, ma ho taciuto e sono salita subito dopo di lui. Volevo accedere al vagone per sedermi, ma il signore si è fermato davanti alla porte. Porte trasparenti, di quelle in stile saloon di cui devi spingere contemporaneamente le due ante per entrare. Se ne stava lì, fermo davanti alle porte, ed io dietro di lui, non capendo. Ha sbuffato, e lì ho capito: credeva fossero di quelle porte a scomparsa automatiche. E lì lo sforzo incredibile, concentrato, disperato: avrei potuto dileggiarlo sottilmente, uscirmene anche con un semplice «Temo non si apriranno da sole, sa» con tono irrisorio. Sarebbe stato il minimo, ma no, non ho voluto cedere a quella facile ripicca che il fato mi aveva servito tempestivamente su un piatto d’argento. Ho fatto quello sforzo gigantesco per non essere crudele, e gli ho detto con tono neutro «Provi a spingere, forse non sono automatiche». Quanta immeritata clemenza in quel forse, quanta fatica per pronunciarlo. Il signore ha voltato un po’ il capo per lanciare una breve occhiata indietro, come accorgendosi in quell’istante della mia presenza, ha fatto scattare una mano avanti e ha aperto un’anta, poi subito l’altra, e senza proferire alcun suono ha fatto il suo inglorioso ingresso nel corridoio del vagone, all’interno del quale diverse persone appostate nei sedili più prossimi alle porte avevano assistito alla scena e sogghignavano. Nonostante il gran numero di posti liberi, il signore ha proseguito quasi fino all’estremità opposta del vagone prima di sedersi.
Ora capite perché non mi sogno nemmeno di andare a correre, io?
December 23rd, 2012
Tre persone questa settimana mi hanno fatto notare come stia scrivendo sempre più di rado qui sopra. In realtà scrivo, ma niente che meriti di vedere la luce di monitor che non siano quello del mio laptop. Pensando a questo mi sono chiesta cosa in realtà possa meritare di vedere la luce di monitor di laptop altrui, cosa di quello che ho scritto e che l’hanno vista lo abbiano meritato, e sono arrivata alla conclusione che non è che lo si possa proprio determinare. Sono caduta nella rete del relativismo, della soggettività, di tutta quella roba da tirare in ballo quando più fa comodo. Ultimamente nei miei confronti sono più critica riguardo alcune cose e lo sono molto meno riguardo altre, e non ho riscontrato miglioramenti né peggioramenti particolari. Saper disporre con sapienza lo spirito critico è cosa fondamentale nella gestione di sé, bisogna piazzarlo nei punti giusti, nelle giuste dosi: se addosso te ne carichi troppo non riesci a fare più nemmeno mezzo passo, se te ne carichi troppo poco finisci a far dei salti talmente alti che ti portano a picchiare la testa contro i lampadari e i soffitti. Un equilibrio delicato anzichenò, che sono ben lontana dall’aver raggiunto, dato che alterno lunghe paralisi e dolorose craniate in modo tutt’altro che costruttivo. Questo post vuole essere il piccolo inizio di un’ennesima ridistribuzione di peso: farò vedere la luce dei monitor dei laptop di chi avrà voglia di leggerle a un maggior numero di cose che mi ritroverò a scrivere, e probabilmente, dato che è una ridistribuzione di peso compiuta in buona misura a cazzo di cane, non ci saranno né miglioramenti né peggioramenti particolari, ma cercate di capire: ho bisogno di espedienti poco faticosi per illudermi di essere in grado di influenzare il mio approccio alla mia vita in qualche modo. Tanto lo so io come lo sapete voi che è tutto inutile, anche e molto più di molto altro la luce di tutti questi monitor; al massimo fa la differenza in materia di diottrie e bollette, e nemmeno così tanto come vorrebbero farci credere.
December 15th, 2012