Avvertenza: se ci credi troppo, non dovresti leggere questo post. Poiché, se ci credi troppo, è chiaro che ti sentirai chiamato in causa e, credendoci troppo, ti sentirai anche in dovere di scrivermi che quello che sottintendo su coloro che ci credono troppo è grossolanamente errato, probabilmente anticostituzionale nonché eticamente inaccettabile. Facci (a me e a te) un favore, dunque: evita di proseguire, chiudi questa pagina e vai nel mondo a crederci troppo come purtroppo non solo tu sai fare. Stammi bene e tanti saluti a casa.
Ci sono un francese, un tedesco e un italiano che ci crede troppo seduti al tavolo di un ristorante. «Cosa vi porto?», chiede loro il cameriere. «Una baguette con jambon e camembert», risponde il francese. «Per me un piatto di crauti e würstel», risponde il tedesco. «Cosa diavolo ci faccio in una barzelletta sui più beceri e banali stereotipi nazionali? Non c’è niente di più desolante e sorpassato. Solo persone con un livello culturale infimo possono trovarle divertenti, e d’altronde sono il prodotto di una società criptofascista e xenofoba che non vuole far altro che alimentare la paura ed il disprezzo dello straniero nelle classi più basse al fine d’incrementare l’orgoglio di appartenenza ad una nazione che, per quanto riguarda la situazione italiana, non ha nemmeno mai potuto essere considerata tale. Finché questa propaganda goffamente cammuffata continuerà a proliferare non ci sarà mai posto per un reale, effettivo superamento del sistema patriarcale che tutt’oggi impera nel nostro paese, in virtù del fatto che la maggior parte della popolazione non si lascerà mai alle spalle vecchie convinzioni obsolete e limitanti. È inutile provare a parlare di cosmopolitismo quando ancora si fa della bassissima ironia su vecchie convenzioni figlie dell’ignoranza e del provincialismo. Prendo una pizza margherita e un mandolino medium rare, comunque», risponde l’italiano che ci crede troppo.
May 13th, 2012
Essere sbarcata, oggi, è davvero un grande sollievo; un sollievo grande quasi quanto la nave dalla quale sono appena sbarcata. È piuttosto grande, per la cronaca. Genova-Porto Torres, dalle nove di sera alle nove del mattino seguente, in teoria dodici ore di navigazione, in pratica dodici e mezzo, ha accumulato un po’ di ritardo. Fin qui tutto okay, l’ho fatto altre volte senza risentirne particolarmente, con la differenza che tutte le altre volte il mare non aveva il cazzo così girato. Mare in subbuglio, stomaco in subbuglio, la cabina più vicina ai motori che ci fosse, ho ragione di credere, e non c’è stato verso di chiudere occhio. Essere sbarcata, come dicevo, è davvero un grande sollievo; un sollievo grande quasi quanto i baffi di mio nonno, che ci viene incontro trafelato per aiutarci coi bagagli. Sono solo le nove e mezza del mattino e, nonostante sia in canottiera e pantaloni corti, è già sudato; lo si capisce dalla testa pelata che sembra brillare di luce propria. Mia nonna, invece, con la sua vagonata di capelli raccolti nella solita acconciatura à la Marge Simpson, pare non accusare il caldo. Saluti, convenevoli, e com’è andato il viaggio?, e il mare era molto mosso?, e siete riusciti a dormire?, carichiamo le valigie nel bagagliaio della loro Alfa 33, montiamo a bordo e partiamo. Ci aspetta un’oretta e mezza di macchina prima di raggiungere casa loro. Non avendo l’Alfa 33 l’aria condizionata, finestrini abbassati e passa la paura. La già normalmente considerevole tensione di mio nonno, che è forse la persona meno rilassata che io abbia mai conosciuto, alla guida aumenta vertiginosamente, e finché siamo in ambito cittadino, pieno di persone, macchine, pericoli, non c’è verso di vederlo calmo. Mia nonna, poi, la seconda persona meno rilassata che io abbia mai conosciuto, non è d’aiuto: gli «attento» e i «vai piano» si alternano con fluidità, mio nonno incassa e tace ai primi dieci avvertimenti in quattro minuti, poi attacca a urlarle spazientito qualcosa in sardo, e parte una mezza disputa verbale di cui intuisco il senso generale. Nulla di nuovo sotto il sole. Sole che, già dalle dieci, comincia a farsi più fastidioso e a rendere l’aria più soffocante. Ora la macchina si fa strada su una superstrada nel bel mezzo del nulla, priva di veicoli eccetto il nostro. Sembriamo in Messico, la strada asfaltata e tutt’attorno la terra arida, qualche albero qua e là. Mio nonno, con quel baffo folto, quel colorito e quella canottiera, un messicano potrebbe sembrarlo davvero. E manco a dirlo, mia nonna a un certo punto ha una brillante idea: «Metto una cassetta», dice. E so già quale metterà: “Allegria” dei Gipsy Kings. Mi chiedo per un attimo perché non sia già dentro l’autoradio, visto che, quando ascoltano qualcosa, novanta su cento ascoltano quella, poi mi spiego mentalmente da sola che con il caldo che fa se la lasciassero dentro sarebbe una mezza rovina. Non so se lo sarebbe davvero, in realtà, ma così almeno sicuramente credono. Parte un pezzo già iniziato, che avrò sentito mille volte ma di cui ignoro il titolo, ed è subito atmosfera gitana di altissimo livello. Poi parte Djobi Djoba, il pezzo che rimane nel cuore, il pezzo più bello dell’intera cassetta; sono seduta dietro al sedile del passeggero, distolgo lo sguardo dal paesaggio brullo e assolato che si sfoca all’orizzonte, mi volto e guardo mio nonno: baffo folto, canottiera blu scuro umidiccia e nessun capello ad ondeggiare per il vento che entra dal finestrino. I miei capelli biondi invece ondeggiano eccome, quelli che non sono intrappolati nella coda di cavallo, almeno, l’aria li sferza con vigore e se non avessi gli occhiali da sole probabilmente non riuscirei a tener su le palpebre. Adesso ho solo dieci anni, e ancora non so che tra una decina d’anni e più ricorderò tutto questo con lucida nostalgia. Djobi djoba finisce, passano alcuni secondi e non parte nessuna canzone. «Gira la cassetta, Nicolì». Già, gira la cassetta, nonna.
May 5th, 2012
Il mattino avrà anche l’oro in bocca, ma io, al mattino, ho il sonno negli occhi e poca voglia di frugargli tra le fauci per trovarlo. Fa quasi sempre storie per aprirle, poi, il mattino; i suoi denti d’oro mi sono preclusi, e, da quello che ho potuto talvolta esperire, nemmeno se li lava, gli puzza l’alito in una maniera terribile, quasi insopportabile. Nelle scarse occasioni in cui sono riuscita a sbirciare in quella fetida bocca ho provato a cavargliene qualcuno, ma ho fallito miseramente, dal momento che, per via di quel tanfo nauseabondo, non c’è stato verso di riuscire a concentrarsi a dovere. Un disastro, una totale perdita di tempo.
Ci sono persone, però, che riescono ad affrontare il mattino con risultati più dignitosi. A sentirle si direbbe che l’alito del mattino a loro risulti fresco e gradevolissimo, che profumi di menta, di lavanda o che ne so, che non ci sia niente di meglio al mondo. Il mattino, al loro cospetto, schiude le labbra di buon grado, dice AAAH e li inonda di luce, e loro, che probabilmente non hanno il sonno negli occhi, si beano di questa luce e colgono i denti d’oro come fossero fiori di campo, con estrema facilità e massimo piacere.
Mi sono interrogata molto sul perché di una differenza del genere, e, dopo lunghe riflessioni, sono arrivata alla conclusione che non è colpa mia. Non è colpa mia nemmeno alla lontana, no, è tutta colpa del mattino. Il mattino, cari miei, fa figli e figliastri: il mattino discrimina, il mattino mi discrimina. Fa di tutto per risultarmi sgradevole, sgradito, evitabile, ha una profonda avversione nei miei confronti e non c’è verso di fargli cambiare idea. È un gran figlio di puttana, ha deciso chissà perché che non gli vado a genio e fa in modo di non andarmi a genio a sua volta. È subdolo, vuole far sembrare che sia io ad avere qualcosa contro di lui, ma la verità è che è proprio lui ad avere qualcosa contro di me; nel momento in cui qualcuno ti detesta apertamente è difficile che questo qualcuno possa ispirarti simpatia, di sicuro riuscite a capirlo.
Che volete che faccia, dunque? Io non c’entro, sono vittima di un infantile pregiudizio fondato sul nulla, e non mi sento quindi più di tanto in colpa, a non riuscire ad uscire spesso dal letto prima di mezzogiorno. La cosa mi amareggia, a tratti, ma non mi fa sentire colpevole, questo no. Beati coloro che sono nelle grazie del mattino, insomma: ha l’oro in bocca soltanto per loro, non per me, me ne sono ormai fatta una ragione da diverso tempo. Che poi, detto tra noi, i denti d’oro sono davvero una cafonata incredibile.
May 1st, 2012
Forse non tutti sanno che, per le strade di Milano, da un po’ di tempo a questa parte si aggira una 500 bianca fiammante che incute timore e reverenza ai SUV e ai loro rispettivi proprietari-bauscia. Non è una semplice macchina, è nientemeno che una radio itinerante: Radio500. Tra le varie rubriche che cura ce n’è una che si prefigge di dare spazio al mondo dei blogger, “Blog Therapy”, e proprio nell’ambito di questa rubrica Alessandro, proprietario del suddetto bolide, ieri sera ha interpretato magistralmente Primo appuntamento. Se volete ascoltarlo, cliccate QUI. A seguire, dopo un intervallo musicale, futili chiacchiere con l’autrice del brano, che pare proprio sia io.
April 16th, 2012
Alla luce dei fatti, non mi resta che fare i soldi in modo non convenzionale. In modo convenzionale non sarò mai in grado di farli, i soldi, mi sembra piuttosto ovvio, quindi non mi resta che fare come sto progettando di fare. Quello che sto progettando di fare è entrare in una banca, aspettare il mio turno, estrarre una pistola ed urlare “Mani in alto, mi servono dei soldi!”. Credo che nessuno troverà qualcosa da ridire, e mi daranno dei soldi. Ne chiederò molti, bisogna solo sperare che li abbiano; virtualmente li avranno di sicuro, ma lì a portata di mano magari no, vai a sapere. La crisi e quelle cose là. Oltre a non trovare nulla da ridire, scommetto che tutti i presenti si malediranno per non averci pensato per primi, o per non avere mai avuto il coraggio di fare come me. Per invidia chiameranno la polizia, mi sa, non posso certo essere talmente fortunata da beccare soltanto persone dall’animo nobile, capaci di non farsi intaccare da bassi sentimenti del genere. Il problema, quando avranno chiamato la polizia, sarà che dovrò scappare, e che per scappare dovrò correre. Io. Correre. È un casino, lo capite di sicuro anche voi. Per una volta potrò anche fare uno sforzo e correre, chiaro, ma sono un attimo fuori allenamento, mi acchiapperanno in tempo record. Roba che mi avvisteranno, cominceranno a corrermi dietro, io mi volterò a guardarli e attaccherò a correre a mia volta. Dopo circa una decina di secondi avrò già il fiatone, loro saranno già a circa una decina di metri da me, mi fermerò, ansante, mi chinerò appoggiando le mani sulle ginocchia e quando mi accerchieranno farò loro cenno con la mano, un cenno di resa, “Okay, bravi, avete vinto, bella per voi”. Di allenarsi prima non se ne parla: se potessi impegnarmi in qualcosa mi metterei a fare i soldi in modo convenzionale, no?
Trattasi di un fallimento annunciato, penserete. Una volta che gli sbirri mi avranno acciuffato mi sbatteranno in un qualche stanzino desolante, dove non ci sarà nemmeno il wifi, temo. Una situazione di merda, non lo nego, ma io, la persona meno fiduciosa del mondo, sarò fiduciosa nella situazione più sfiduciante del mondo. Perché? Perché al processo mi farò valere. Eccome, se mi farò valere, non avrò nemmeno bisogno di avvocati, niente di niente: sarò l’avvocato della mia disperazione. Metterò tutti dinnanzi all’innocente verità: che alternativa avevo, io, per fare i soldi?, dirò. Quale alternativa? Le persone come me hanno qualcosa che non va, un difetto di fabbrica che non può essere aggiustato in alcun modo. Le persone come me, dirò, non sono tagliate per i modi convenzionali che esistono per fare i soldi. Ne esistono tantissimi, di tutti i tipi, ma le persone come me hanno quel difetto lì, un difetto universale che le rende incompatibili a tutta quest’ampia gamma di modi convenzionali. L’unica cosa che avrebbe potuto salvarmi, dirò, sarebbe stata una finzione d’estro bella e buona. Fingere estro è l’unica cosa che le persone difettose come me possano fare per sperare di non finire dietro le sbarre, o per non soccombere nel fallimento che deriva da una disperata ricerca d’adattamento al mondo dei modi convenzionali, e, se ci pensate bene, è una rapina anche quella, né più né meno; una rapina fin meno onesta di una rapina come la mia. E vedete, dirò, vedete, io mi sono scoperta difettosa anche nel campo della finzione d’estro. Per fingere estro, paradossalmente, ci vuole troppo estro, e anche un impegno non indifferente: lei deve capirlo bene, signor giudice, dirò, ed io dopotutto l’ho sempre sospettato.
Se è un mondo giusto, quello in cui viviamo, il giudice mi guarderà dritto negli occhi, si scoprirà colpito da quelle parole e non potrà che proclamarmi innocente. Non solo: mi concederà una pensione d’invalidità. Invalidità nel vero senso del termine: mi verrà riconosciuto di non essere valida, di essere patologicamente difettosa. Se è un mondo giusto, quello in cui viviamo, essere senza speranza mi darà una speranza di sopravvivenza. La morale è che sono fottuta, lo so, ma lo sarei comunque, e questo è un modo un po’ meno convenzionale per esserlo. E magari ci scappa pure un’ospitata dalla D’Urso.
March 23rd, 2012
Fare il punto di una situazione, per me, ha sempre coinciso col mettere il punto ad una situazione. Un punto e a capo, un punto e sono io, il capo; il punto lo metto io, se qualcuno deve metterlo. E, se proprio volete saperlo, qualcuno lo deve mettere, prima o poi. Sempre, in qualsiasi circostanza. Chi mette il punto è il capo, e il capo sono io; un capo adagiato su un corpo in perfetta forma, perché si sa, capo sano su corpo sano. Ci ho sempre creduto, alle massime latine, a quei tempi la punteggiatura non andava granché, ma sapevano comunque il fatto loro.
«E così sei deciso a piantarmi in asso, è questo che vuoi fare? Piantarmi in asso per una sciocchezza del genere?»
Il punto è che, quando si mette il punto ad una situazione, si ha il coltello dalla parte del manico. Sia per via di questo che a seguito di questo: metto il punto perché ho il coltello dalla parte del manico, e avrò il coltello dalla parte del manico dopo averlo messo proprio in virtù del fatto di averlo messo. Mettere i punti alle situazioni non è cosa da tutti, devi esserci tagliato. Devi essere tagliato ad avere il coltello dalla parte del manico.
«Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme? Avresti davvero il coraggio di farlo, di buttare tutto all’aria in questo modo?»
Se non sai maneggiare il coltello puoi anche lasciar perdere, o hai una presa salda o non vale neanche la pena di darsi la pena di provare ad impossessarsene. E se hai una presa salda te ne accorgi subito: io, da bambino, toglievo sempre di mano il cucchiaio a mia madre, quando quella cercava di imboccarmi. Nonostante fossi costretto, intrappolato in un seggiolino, non ero certo disposto ad aprire la bocca a comando. Le strappavo il cucchiaio di mano e stringevo con tutte le mie forze, non lo mollavo, strattonavo, volevo essere padrone della situazione, volevo avere il cucchiaio dalla parte del manico; sapevo di esserne in grado, sapevo di averne diritto.
«Secondo me non ne sei in grado, è tutto un ridicolo bluff. E sai che ti dico? Che non hai il diritto di farlo. Col cazzo che hai il diritto di farlo!»
E guai ad ostentare la propria maestria nell’armeggiare il coltello: più la ostenti, più cercheranno di togliertelo dalle mani con ogni mezzo, lecito o illecito. È necessario essere discreti, non dare troppo nell’occhio, muovere le fila da dietro le quinte. Bene vixit qui bene latuit. Dal momento in cui le persone capiscono di essere dei burattini cercano di diventare dei bambini veri, di liberarsi, non si lasciano manovrare più tanto facilmente. Dai loro l’illusione di essere al comando, di essere quantomeno i co-piloti, e allora sì che sarai il capo assoluto, allora sì, che potrai mettere tutti i punti che vorrai, quando lo vorrai.
«E ora da dove esce, quel coltello? Sei completamente uscito di testa? Cosa cazzo pensi di fare?»
Perché quando il burattino comincia a dimenarsi, a provare a fare quello che gli pare, non riesci più a governarlo come vorresti, e ti girano i coglioni. Ti girano talmente forte che ti viene voglia di mollare i fili e, dal momento che hai il coltello dalla parte del manico, di usare il coltello in modo effettivo e plateale; tanto il nascondiglio è stato scoperto, ormai, non resta che agire alla luce del sole. È necessario mettere il punto definitivo alla situazione, per evitare che possa esserci un ribaltamento di fronte, per evitare l’ammutinamento; sia mai che sia qualcun altro, a mettere il punto prima di me, al mio posto. Sono io che metto i punti, sono io il capo.
«Non azzardarti a fare un altro passo! Fai un altro passo e mi metto a urlare come non hai mai sentito urlare in tutta la tua vita!»
A giudicare dalla situazione tra poco un burattino avrà bisogno che qualcuno li metta a lui, dei punti, ma credo che passerò, per una volta. Ne avrò appena messo uno bello grosso, meglio non esagerare: in medio stat virtus.
March 20th, 2012
Sono in anticipo. Non di molto, ma sono in anticipo, e questo anticipo non gioverà affatto al mio nervosismo imbizzarrito. Mannaggia a me e al vizio di essere sempre in orario, mannaggia al vizio di essere sempre in orario e all’anticipo che ne deriva. Sono tesa per l’attesa, ma più che altro per quello che mi aspetta ad attesa terminata. È cominciato tutto con una telefonata: un’amica mi ha dato il suo numero e mi ha detto “Chiamalo, non te ne pentirai, te lo garantisco”; ed io, forte della garanzia, l’ho chiamato. Non avevo mai fatto una cosa del genere. Di solito prima li vedo, ci parlo guardandoli in faccia e poi prendo appuntamenti. Chiamare così, dal nulla, senza nemmeno sapere che faccia ci sia a poggiarsi contro il telefono e dire “Quando possiamo vederci?” proprio non l’avevo mai fatto, prima di ieri. “Anche domani”, è stata la risposta. Dalla sicurezza della voce immagino che lui, invece, sia avvezzo a queste dinamiche. Anzi, lo è per forza: “Facciamo alle sei?”, ha subito aggiunto. Gli ho detto che alle sei andava bene, ed eccomi qui, alle sei meno tre minuti, ad immaginare che faccia possa avere quella voce.
Lo immagino alto e snello; una voce del genere, secondo me, si plasma dentro ad un corpo alto e snello, non so perché. Non c’è una motivazione scientifica, ovviamente, si parla di sensazioni. Cosa ne so io se la voce di una persona possa dipendere anche solo in minima parte dalla sua conformazione fisica; credo di no, comunque, altrimenti ad uno che ingrassa dovrebbe cambiare, e mica succede, mi pare. Devo darci un taglio, ipotizzare cose prive di senso non ha granché senso, in questo momento. Nemmeno in generale, forse.
Manca un minuto alle sei. E ad un minuto alle sei, improvvisamente, non mi interessa più che faccia avrà, non me ne importa davvero un fico secco. La faccia? Chi se ne fotte della faccia, sul serio. Manca un minuto, che differenza può fare, una faccia? L’unica cosa a cui mi venga da pensare è questa: non voglio soffrire. Ossessivamente, non riesco a pensare ad altro. Non voglio soffrire, non voglio soffrire, non voglio soffrire. E non è certo una faccia, a farti soffrire, non è un naso aquilino o un mento pronunciato, quelle sono stronzate senza importanza. A farti soffrire è-
“Ci vediamo la prossima settimana, signora Rinaldi”. La porta si apre, ne esce una donna più vecchia di me di una ventina d’anni almeno, mi lancia un’occhiata che è come un silente saluto educato, attraversa la stanza ed apre la porta che la conduce definitivamente fuori. Dalla porta che conduce definitivamente dentro, invece, fa capolino lui, e posa lo sguardo su di me, sorridendo placido. “Buonasera, mi segua pure di là”, la sua voce è un po’ diversa rispetto a come la ricordassi. Mi alzo, sono legnosa e nervosa, legnosa perché nervosa, lo seguo come un burattino mosso da un burattinaio legnoso non perché nervoso, perché incapace. “Si accomodi, che diamo subito un’occhiata”, mi accomodo. Ora sono tesa e distesa allo stesso tempo, l’attesa è finita. Le mie previsioni sono disattese, è di altezza media, un po’ cicciotto; la teoria strampalata sulla voce e la corporatura non ha davvero ragione di esistere, allora. “Apra la bocca”, o magari è semplicemente teorizzata male. “La spalanchi un po’ di più, se riesce”, non voglio soffrire, non voglio soffrire, non voglio soffrire. Merda, non voglio.
February 25th, 2012